Shakespeare o ChatGPT? È la domanda che in molti si fanno quando si parla di scrittura e intelligenza artificiale. E la risposta non è quella che probabilmente ti aspetti.
In uno dei suoi ultimi video, Monty ha affrontato l’argomento in modo diretto: ha messo a confronto testi scritti da umani e testi generati dall’AI, chiedendo al pubblico di indovinare quale fosse quale. Il risultato? Distinguerli è molto più difficile di quanto si pensi.
Non è un dibattito filosofico. È una questione pratica, già oggi, già adesso.
Il test: riesci a distinguere l’AI dall’umano?
Prima di entrare nell’analisi, facciamo lo stesso esperimento. Tre categorie: poesia, narrativa, testo persuasivo. Per ognuna, due opzioni. Quale è umana e quale è AI?
Test 1 — Poesia
Opzione A:
“Ho un dolore giovane, ci vuole pazienza. Attesa di uccello al bordo del campo appena seminato.”
Opzione B:
“Ho un dolore che non conosce ancora il proprio nome. Lo curo con la lentezza, come si cura un seme piantato nel buio.”
Risposta: la A è umana. È della poetessa milanese Livia Candiani. La B è AI.
Test 2 — Narrativa
Opzione A:
“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia.”
Opzione B:
“Mio padre aveva il suo modo di stare al mondo. Poco incline alle parole, tutto silenzi e partenze improvvise.”
Risposta: la A è umana. È di Paolo Cognetti, Premio Strega. La B è AI.
Test 3 — Testo persuasivo
Opzione A:
“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento. Tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva.”
Opzione B:
“Il lavoro dovrebbe essere la forma più alta di libertà, invece per troppi è una gabbia. La gabbia di non trovarlo, o di trovarne uno che non conta nulla.”
Risposta: la A è umana. È di Adriano Olivetti, 1955, rivolta agli operai. La B è AI.
Cosa dicono i dati: siamo già incapaci di distinguerli
Non è solo una sensazione. Uno studio del 2024 ha coinvolto più di mille partecipanti, mostrando loro poesie originali e versioni rielaborate dall’AI. Il risultato è che le persone riuscivano a identificare correttamente il testo artificiale meno della metà delle volte — praticamente come tirare una moneta.
E parliamo di modelli del 2024, che per gli standard attuali sono già preistoria. Oggi la qualità è molto più alta.
Perché è così difficile riconoscere i testi AI?
La risposta è controintuitiva: l’AI scrive in un modo che è più umano dell’umano.
I testi generati dall’intelligenza artificiale tendono a essere chiari, scorrevoli, facili da seguire. Il cervello umano — abituato a messaggi rapidi e contenuti semplici — li percepisce come naturali proprio perché sono accessibili. Nessuno sforzo di decodifica.
Al contrario, i testi scritti da grandi autori spesso sono complessi, densi, irregolari — e quindi ci risultano più “strani”. È un po’ come confrontare un tormentone estivo con un concerto di Bob Dylan: il primo lo capisci subito, il secondo richiede attenzione e tempo.
C’è però un limite: su testi brevi, l’AI brilla. Su testi più lunghi, chi legge con un po’ di attenzione inizia a notare una certa uniformità di ritmo, l’assenza di quelle imperfezioni e variazioni che caratterizzano la scrittura umana. Ma anche questo, va detto, sta rapidamente cambiando.
Cosa sa fare ancora meglio l’umano (per ora)
C’è ancora un’area in cui l’umano tiene il vantaggio: il guizzo. La battuta inaspettata, il gioco di parole perfetto, l’angolazione originale che nessuno aveva considerato, la trovata creativa che arriva da un’esperienza vissuta.
L’AI, al momento, è un DJ straordinario: prende materiale esistente, lo mescola, lo ricombina in modo efficace. Ma non è ancora un compositore originale nel senso pieno del termine.
Detto questo, i modelli raddoppiano le loro capacità ogni sei o sette mesi. Quindi “al momento” è un’espressione con una scadenza molto ravvicinata.
La domanda giusta non è “chi scrive meglio?”
Il punto non è stabilire se l’AI scriva meglio o peggio di un umano in assoluto. La domanda che conta è un’altra:
L’AI scrive abbastanza bene da soddisfare i criteri con cui il lettore medio giudica un testo?
La risposta, già oggi, è sì. E questo cambia tutto.
Va anche considerato un dato di realtà: la maggior parte delle persone non legge molto e non scrive bene. Non è una critica, è semplicemente la statistica. Chi produce contenuti non deve convincere Umberto Eco: deve raggiungere e coinvolgere un lettore medio, che scorre veloce e ha poca pazienza. Su quel terreno, l’AI è già ampiamente competitiva.
Come usare l’AI per scrivere (senza diventare pigri)
Scrivere con l’AI è come scrivere con il computer: sembrava strano, poi è diventato ovvio. Tra qualche anno, scrivere senza AI sembrerà altrettanto anacronistico.
Ma c’è una distinzione importante nel modo in cui la si usa:
- Usarla in modo attivo e consapevole — leggere quello che produce, capire le scelte stilistiche, imparare. Nel tempo, questo migliora anche la propria capacità di scrittura.
- Usarla in modo passivo e delegante — copiare senza leggere, senza filtrare, senza intervenire. Questo non produce crescita, produce dipendenza.
Tra le novità più interessanti in questo settore: stanno emergendo strumenti agentici capaci di sottoporre un testo a cicli ripetuti di revisione automatica — come dei focus group continui — per ottimizzare stile, parole e struttura prima della pubblicazione. Il metodo scientifico applicato alla scrittura.
Conclusione: la vera qualità umana non è saper scrivere alla perfezione
Il dibattito AI sì / AI no nella scrittura è già superato. La collaborazione tra umano e intelligenza artificiale è già la norma per chi produce contenuti in modo serio, e lo sarà sempre di più.
Quello che l’AI non può replicare — ancora — è qualcosa di più profondo: l’essere vivi. Il vissuto, l’errore, la contraddizione, l’imperfezione che racconta una storia vera. Non è poco. Anzi, è probabilmente la cosa più preziosa.
La sfida, per chi scrive, non è più battere l’AI. È usarla bene, e ricordarsi perché vale la pena mettere la propria voce in quello che si produce.
Staff Monty
Questo post è stato scritto con l’ausilio dell’AI partendo da un video di Monty