Il lato oscuro dei social

Ventuno anni passati dentro le piattaforme — YouTube, Facebook, Twitter — non da semplice utente, ma da creatore di contenuti. È da questa prospettiva che Monty osserva il “casinò dei social” e prova a rispondere alla domanda che tutti si fanno: fanno bene o fanno male? La risposta onesta è: dipende. Ma per capirlo bisogna prima guardare il lato oscuro, quello di cui si parla poco.

Le views non sono persone: sono una definizione

Da fine agosto 2026 YouTube ha cambiato il modo di calcolare le visualizzazioni. Prima una view richiedeva qualche secondo di attenzione; oggi spesso basta mezzo secondo di clic, un passaggio del mouse sulla copertina o un replay. E ogni piattaforma ha la sua definizione di “view”: tre secondi, cinque, sei, dieci — cambia a seconda di chi la conta.

YouTube ha perfino distinto due numeri: la visualizzazione pubblica, ampia e generosa, e le engaged views, quelle di chi si ferma davvero a guardare. Un numero molto più basso — ed è proprio su quello che vengono pagati gli inserzionisti, non sul dato pubblico gonfiato. Morale: le views non sono persone, sono una definizione.

Perché diamo alle views tutto questo potere?

C’è una domanda scomoda sotto: perché la nostra esistenza da creatori deve ruotare attorno a quante visualizzazioni fa un video? Su Netflix non succede — scegli dal catalogo quello che ti interessa e lo guardi, senza un contatore in bella vista. Il culto delle views è un retaggio dei primi social, quando servivano ad attirarti dentro (“guarda che roba pazzesca”). Oggi quel numero è distorto in mille modi.

Per questo, davanti a un video con un milione di visualizzazioni, la prima domanda non è “wow”, ma: quante di quelle views sono vere e quante comprate, pagate o alterate? Persone o bot? Tre secondi di passaggio o due ore di visione reale?

Il clipping: così si compra l’ubiquità

Il fenomeno che negli ultimi due anni ha stravolto i social si chiama clipping. Funziona così: migliaia di persone prendono video integrali, ne estraggono clip e le caricano su una marea di profili — spesso account senza un solo follower — venendo pagate in base alle visualizzazioni che quelle clip generano.

Perché conviene? Perché da quando esiste TikTok la portata non dipende più dai follower ma dall’interesse: un contenuto può fare un milione di views anche da un account con seguito zero. Così, se mille persone caricano le stesse clip su decine di canali, le piattaforme vedono lo stesso volto e lo stesso brand spuntare ovunque, contemporaneamente, e concludono: “questo spacca, spingiamolo”.

Il risultato è che oggi l’ubiquità si compra. All’estero il capostipite del metodo è stato Andrew Tate, che pagava i clipper e in più offriva loro un’affiliazione sul proprio programma a pagamento; da lì lo schema è stato copiato da molti. A differenza della pubblicità dichiarata, il clipping fa arrivare clip apparentemente “organiche” da profili diversissimi: ti sembra che una persona o un podcast siano dappertutto — e invece sono spinte a budget.

Tre filtri tra te e la realtà

“È tutto falso” è la frase che verrebbe da dire, ma è imprecisa. Quello che scorri è filtrato da almeno tre livelli.

Il primo filtro è l’autore: decide cosa mostrarti, esattamente come un regista non ti consegna i file grezzi ma il suo montaggio. Il secondo è l’algoritmo della piattaforma, che tra tutto il “meglio” già selezionato sceglie il “meglio per te” — dove “meglio” vuol dire tutto e niente, e dipende dalla tua storia di clic. Il terzo è il filtro monetario: il budget pubblicitario che spinge certi contenuti più di altri.

Fai la prova: conta quanti dei contenuti che vedi ogni giorno sono in qualche modo sponsorizzati, spinti o frutto di una collaborazione. Ti accorgerai che gran parte di ciò che credi “uscito per caso” nel tuo feed arriva da una di queste fonti. Quello che vedi non è realtà spontanea: è una realtà artefatta, costruita per venderti qualcosa.

Il tuo garage contro il trailer degli altri

Da qui nasce il problema più serio: le aspettative. Sui social confronti la tua vita reale — il tuo garage — con il trailer cinematografico degli altri. Vedi solo contenuti filtrati e rifiltrati, in cui sono tutti campioni, ricchi, belli e senza un problema. È finzione, come un film di supereroi: se la guardi abbastanza a lungo inizi a crederci, e quando esci di casa e la realtà non somiglia al trailer ti senti un fallito. È il cortocircuito che collega i social ai problemi di salute mentale.

I social fanno bene o male? Dipende

Chiedersi se i social facciano bene o male è come chiedersi se mangiare faccia bene o male: dipende da cosa, quanto, quando e come. Guardare una lezione di scacchi di un campione, una lunga intervista a un imprenditore che stimi o a un grande intellettuale è un arricchimento. Scrollare all’infinito contenuti-spazzatura, no.

Un consiglio pratico, al posto delle grandi discussioni filosofiche: alla fine di ogni sessione sui social fermati un secondo e chiediti come ti senti. Più motivato e sereno, o più giù e con la sensazione di aver perso tempo? Secondo test: guarda le icone delle app sul telefono e, una per una, nota che emozione ti provocano. In base a quello decidi dove ha senso investire il tuo tempo. Che sia un tema serio lo conferma anche il fatto che Meta ha appena chiuso con un maxi-accordo una causa enorme su salute mentale e adolescenti. Al di là dei dibattiti teorici, l’attenzione va tenuta alta.

Gli incentivi premiano ciò che colpisce, non ciò che vale

Il punto più basso dei social, oggi, sono gli incentivi. Prova ad aprire il feed senza essere loggato e guarda cosa spingono le piattaforme di default, nei trending: poi decidi tu se sembrano meraviglie per l’umanità o l’esatto contrario.

Chi crea contenuti non è incentivato a fare qualità, ma a fare qualcosa di inusuale, imprevedibile, che colpisca — la stessa logica dei titoli scandalistici dei giornali, che i social non hanno inventato ma solo potenziato. Sono due classifiche diverse: il prodotto migliore e il contenuto che colpisce di più. Contenuti eccellenti sui social esistono eccome — ma di default arriva la spazzatura, la qualità te la devi andare a cercare. E non è una novità di oggi: è la regola da anni.

Sui social non possiedi niente: sei in affitto

Ecco la riflessione più dura: se fai contenuti sui social non possiedi nulla, sei in affitto. Il vantaggio del gioco è enorme — una visibilità un tempo riservata a pochi, oggi alla portata di chiunque: è il “We are the media” raccontato anni fa. Senza i social molte carriere, compresa quella di Monty, non esisterebbero.

Il prezzo, però, è la dipendenza totale. I follower non sono tuoi: l’account può essere chiuso o sospeso da un giorno all’altro, le visualizzazioni possono crollare a zero e spesso non hai nemmeno un interlocutore a cui rivolgerti (alcune piattaforme come YouTube assegnano un referente ad alcuni creator, altre no). È il passaggio dai “social media” agli “interest media”: conta il contenuto, non chi lo firma. Così la piattaforma rende il creatore irrilevante. Non è giusto né sbagliato: è il gioco, e le regole sono quelle.

La domanda che conta: qualcuno sentirebbe la tua mancanza?

Di fronte a queste regole ognuno cerca le proprie precauzioni: costruire una mailing list, essere presenti su più piattaforme così se una chiude resta l’altra. Ma la difesa migliore è una domanda, quella di Seth Godin: se domani smettessi di pubblicare, qualcuno sentirebbe la tua mancanza?

È la prova del nove. Sui social se ti segue una vera nicchia di persone — i “1000 veri fan” di Kevin Kelly — quella mancanza si sente. È lì che vale la pena costruire.

Il vero prezzo è il tempo

Al netto di tutto, la cosa che i social hanno portato via davvero è il tempo: quello di chi crea contenuti, ma soprattutto quello di chi li guarda — la risorsa più preziosa che abbiamo e quella che dimentichiamo più in fretta.

“Tutto ci è estraneo, solo il tempo è nostro”, diceva Seneca. Il paradosso del lato oscuro dei social è tutto qui: ormai anche il tempo non è più nostro, è delle piattaforme.

Staff Monty

Questo articolo è stato realizzato con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale a partire dal video originale.