Perché i giovani laureati non trovano lavoro (e il problema non sei tu)

I tuoi genitori, a trent’anni, spesso si compravano casa. Con il mutuo lungo, magari con l’aiuto dei nonni. Ma la compravano.

Tu oggi apri un foglio Excel per capire se ti puoi permettere l’abbonamento a Netflix.

Il problema non è Netflix. Il problema è che ci stiamo abituando a considerarlo normale.

Qualche mese fa ho fatto una call con un gruppo di neolaureati che vivono in Italia. Due lauree, un master, accesso a qualunque informazione. Eppure facevano fatica a trovare lavoro e non avevano idea di cosa fare. Esperienze pagate poco o niente, poca meritocrazia. Sono uscito dalla call arrabbiato. Così sono andato a cercare i numeri.

Spoiler: un lavoro, prima o poi, spesso arriva. Il punto è quanto paga, quanto ci metti ad arrivarci e quanto c’entra con quello che hai studiato.

Perché i giovani non trovano lavoro: i numeri

Partiamo dai fatti. Le opinioni sono gratis.

  • I laureati sono molti più di vent’anni fa. Tra i 25 e i 34 anni la quota di laureati in Italia è passata dal 14,7% del 2004 al 31,1% del 2025 (Eurostat). Più che raddoppiata. Ma la media europea è al 44,8%.
  • Gli stipendi sono rimasti indietro. Tra gennaio 2021 e dicembre 2023 i prezzi al consumo sono saliti del 17,3%. Le retribuzioni contrattuali orarie del 4,7% (Istat, Rapporto annuale 2024). L’inflazione fa parkour, lo stipendio cammina in slow motion.
  • Entrare nel lavoro è più difficile che nella media europea. Nel 2025 la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni in Italia era al 20,6%. Nell’Unione europea al 15,2% (Eurostat). Vuol dire che circa uno su cinque, tra i ragazzi che lavorano o cercano lavoro, è disoccupato.
  • La casa costa anni di stipendio. Per comprare un appartamento di 85 metri quadri nelle grandi città italiane servono in media 6,8 anni di stipendio. A Milano 12,9 (Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, primo semestre 2025). Quasi tredici anni in cui dai via tutto lo stipendio e vivi d’aria.
  • Tanti partono. Nel 2024 gli espatri di cittadini italiani hanno toccato quota 141mila, anche per le nuove regole sull’iscrizione all’AIRE. Nel 2025, secondo i dati provvisori, sono stati 109mila. E tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, verso il Centro-Nord e verso l’estero (Istat, 3 agosto 2026).

Più studio, più competenze, più informazione. Ti aspetteresti più lavoro e più soldi. Invece no. Qualcosa non torna.

La sindrome del «tanto è sempre stato così»

Un ricercatore inizia a studiare un tratto di mare. Conta i pesci che trova e quello diventa il suo «normale». Il ricercatore che arriva vent’anni dopo ne trova meno. Ma per lui il normale è quello. E così via.

Nel 1995 il biologo marino Daniel Pauly ha dato un nome a questo meccanismo: shifting baseline syndrome, la sindrome del riferimento che si sposta. Ogni generazione confronta solo con il proprio inizio. E il declino diventa invisibile.

Prova ad applicarlo al lavoro. Se il tuo primo stipendio è stato uno stage pagato pochissimo, rischi che diventi il tuo metro. Non lo confronti con quello che prendeva tuo padre alla tua età. Né con quello che prende chi fa il tuo stesso lavoro in un altro paese.

Il punto non è lamentarsi. Il punto è accorgersene.

Il bug non è nei giovani, è nel sistema

Immagina un paese che investe per formare nuotatori. Tutti diventano nuotatori: stile libero, delfino, nuoto pinnato. Poi però non costruisce le piscine.

Allora la domanda giusta non è «perché i giovani non trovano lavoro». È «perché il sistema non sa usare i giovani che ha formato».

Nel 2024 il 94,7% delle imprese italiane aveva meno di 10 addetti (Istat). Il bar, lo studio, la piccola officina, il negozio. Realtà preziose, ma spesso non hanno bisogno di un laureato superspecializzato e non sono strutturate per accogliere tutti i laureati che escono dalle università. Intanto oltre un laureato occupato su cinque fa un lavoro che non richiede la laurea: il 21,1% nel 2025, in linea con la media europea del 21,4% (Eurostat). Il problema non è solo italiano. Da noi però si somma a un ingresso nel lavoro più lento e a stipendi che non tengono il passo.

E chi un lavoro lo trova? Secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026, a un anno dalla laurea lavora circa l’81% dei laureati. Bene. Ma lo stipendio netto medio è di circa 1.490 euro al mese e, al netto dell’inflazione, nell’ultimo anno è sceso. E tra i laureati triennali quasi quattro su dieci non considerano la laurea pienamente efficace nel lavoro che fanno: uno su sette la giudica poco o per niente efficace. Il posto, insomma, a volte arriva. È il resto che non torna.

C’è anche un problema di contabilità, non solo di cultura. Una famiglia e lo Stato investono per anni sulla formazione di una persona. Poi quella persona prende un volo di sola andata e quel lavoro lo fa per un altro paese. Io sono uno di quelli che sono partiti, tanti anni fa. E so una cosa: quando ti sposti in un posto che ti accoglie meglio, quella diventa la tua nuova normalità. E tornare indietro diventa difficile.

Non significa che in Italia non si possano costruire aziende forti. Ce ne sono, e lavorano in tutto il mondo. Ma un paese non può reggersi solo sulle eccezioni. Tutti gli altri hanno bisogno di condizioni normali.

Tre mosse che dipendono da te

Aspettare che il sistema cambi è legittimo. Ma nel frattempo l’affitto va pagato. Ecco tre mosse.

1. Impara in fretta quello che serve

La laurea conta. Leggere, studiare, prepararsi: ne parlo da anni. Ma oggi non basta fare la trafila e aspettare il posto.

Un esempio pratico: qualche mese fa ho costruito da solo, in cinque giorni, un software interno per analizzare i contenuti e verificarne i dati. Non sono un programmatore. Strumenti così oggi sono alla portata di tutti.

Vale anche per te. Apri dieci annunci per il lavoro che ti interessa. Segna le competenze che tornano più spesso. Scegline una e costruisci un piccolo progetto da mostrare. Al colloquio avrai qualcosa di concreto sul tavolo.

Non serve diventare tutti ingegneri. Serve mettere la tecnologia al servizio di quello che ti interessa. Ti piace la storia dell’arte? Progetta una visita in video per un museo della tua città. Poi chiedi al museo se gli risolve un problema.

2. Scegli la barca prima del remo

Pensa alla cantante britannica RAYE. A 17 anni firma con la Polydor un contratto per quattro album. Passano sette anni e il suo album di debutto non esce. Nel 2021 lascia l’etichetta e continua da indipendente. Nel 2024 vince sei Brit Awards nella stessa edizione: per il Guinness World Records è un record. Stessa artista, stesso talento. Barca diversa.

Warren Buffett, nella lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway del 1985, lo dice così: un buon risultato manageriale «dipende molto più dalla barca su cui sali che da quanto bene remi» (traduzione dall’inglese).

La barca è il paese, la città, il settore, l’azienda. Anche le persone con cui lavori.

A volte la domanda da farsi è semplice: sono sulla barca giusta?

3. Smetti di accettare il normale degli altri

«Si è sempre fatto così» non è un argomento. Se una situazione non ti va bene, non ti va bene. Anche se tutti intorno a te la considerano normale.

Quando ho iniziato a fare video di riflessione su Facebook, molti addetti ai lavori dicevano che ero fuori di testa. Io pensavo che su Facebook non ci fossero solo i video di gattini e che lì si potesse parlare anche di idee. Ho pensato che magari avevano ragione loro. Ma ho continuato, perché non mi fidavo del loro normale. Oggi i miei contenuti contano oltre un miliardo di visualizzazioni sui social.

Il tuo normale non è il normale di un altro paese, di un altro settore, di un’altra azienda. Ricordatelo la prossima volta che qualcuno ti dice: «Funziona così».

Quindi?

Abbiamo molti più laureati di vent’anni fa. Gli stipendi non hanno tenuto il passo con i prezzi. Oltre un laureato occupato su cinque fa un lavoro che non richiede la laurea. E tanti partono.

Se questi dati ti sembrano normali, rileggili. Il problema non è che i giovani sono pigri o poco preparati. Il problema è un sistema che li forma per un mondo che non esiste più. E poi li abitua a pensare che sia normale.

Non lo è.

Domande frequenti

Perché in Italia i giovani laureati faticano a trovare lavoro?

Il lavoro spesso arriva: a un anno dalla laurea lavora circa l’81% (AlmaLaurea 2026). Il problema è il resto: lo stipendio netto medio è di circa 1.490 euro al mese e in termini reali è sceso, quasi quattro triennali su dieci non considerano la laurea pienamente efficace nel lavoro che fanno, e per i giovani entrare è più difficile che in Europa (disoccupazione 15-24 anni al 20,6% contro il 15,2% Ue nel 2025, Eurostat). E il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti (Istat, dati 2024). Sono realtà che spesso non sono strutturate per accogliere tutti i laureati.

Quanto è alta la disoccupazione giovanile in Italia?

Nel 2025 il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni era al 20,6%, contro il 15,2% della media dell’Unione europea (Eurostat).

Quanti italiani si trasferiscono all’estero?

Secondo Istat gli espatri di cittadini italiani sono stati 141mila nel 2024, anche per le nuove regole sull’iscrizione all’AIRE, e 109mila nel 2025 (dati provvisori).

Cosa può fare un neolaureato per trovare lavoro?

Tre cose: imparare in fretta le competenze che gli annunci chiedono e dimostrarle con un piccolo progetto; scegliere con attenzione il contesto in cui lavorare (paese, settore, azienda); non accettare come normale una situazione solo perché tutti intorno la accettano.

(Contenuto di Monty, riordinato da MontyAI)