Elon Musk contro OpenAI: la causa da 130 miliardi spiegata bene

130 miliardi di dollari. È quello che Elon Musk chiede a OpenAI per aver tradito la missione originale: portare l’intelligenza artificiale a beneficio di tutti, non quotarsi in borsa con una valutazione superiore al trilione di dollari.

Ma la domanda che vale la pena farsi è un’altra: si tratta davvero di una questione di principi, o è semplicemente la guerra tra due ex soci miliardari che si odiano a vicenda e hanno entrambi qualcosa da guadagnarci?

Per capirlo bisogna partire dall’inizio — da come è nata OpenAI, da chi c’era dentro, da cosa è andato storto e dove potrebbe arrivare questa storia.

Come nasce OpenAI: la promessa originale

Tutto comincia con una conversazione. Elon Musk va a trovare Larry Page, co-fondatore di Google, e torna a casa con una convinzione: Google stava dominando il campo dell’intelligenza artificiale, aveva DeepMind e laboratori avanzatissimi, e nessuno stava creando un’alternativa reale. Un singolo colosso con quel potere era, secondo Musk, un rischio.

L’idea di OpenAI nasce da lì: un’organizzazione no-profit, aperta, democratica — che potesse mettere l’AI a disposizione di tutti, non solo di chi poteva pagarsela o controllarla. Musk ci mette 44 milioni di dollari, il nome e la propria reputazione. Recluta Sam Altman, fresco di Y Combinator, e un gruppo di ricercatori di prim’ordine.

Il messaggio era quasi messianico: salviamo il mondo dall’AI nelle mani sbagliate. Poi è arrivato ChatGPT — e tutto è cambiato.

La rottura tra Musk e OpenAI: cosa è successo davvero

Quando ChatGPT esplode e diventa il prodotto di consumo di massa più adottato della storia, la situazione interna a OpenAI cambia rapidamente. Sam Altman capisce che per crescere davvero servono miliardi — non decine di milioni. Servono data center, i migliori talenti al mondo, infrastrutture enormi.

Musk, nel frattempo, prova a prendere il controllo diretto dell’azienda, proponendo di portare tutto dentro Tesla con lui al comando. Il team interno, documentato in mail e diari interni poi emersi agli atti, spinge invece nella direzione opposta: slegarsi da Musk e trovare il proprio percorso.

Il conflitto si risolve con l’uscita di Musk. Che però non dimentica — e non perdona.

Nel frattempo OpenAI attraversa anche un’altra crisi: il board caccia Sam Altman, salvo poi reintegrarlo dopo una reazione compatta dei dipendenti. Ilya Sutskever e altri ricercatori chiave lasciano. L’atmosfera interna, stando ai documenti emersi, ricorda più un asilo nido con in mano la tecnologia più potente del pianeta che un laboratorio di ricerca all’avanguardia.

La causa: Musk ha ragione, torto, o entrambe le cose?

Musk chiede 130 miliardi sostenendo che OpenAI ha tradito la sua missione no-profit trasformandosi in una macchina commerciale orientata alla quotazione in borsa e al profitto. La tesi ha una sua logica.

Il punto sollevato da Musk che regge: se si lancia un ente di beneficenza, si raccolgono capitali grazie a quello status e a quel messaggio, e poi — quando il prodotto funziona — ci si trasforma in una società commerciale, si sta usando la struttura no-profit come trampolino per il profitto privato. È una pratica che, se passasse come accettabile, aprirebbe una strada pericolosa per chiunque voglia replicarla.

Il punto debole della posizione di Musk: ha un concorrente diretto. xAI con Grok è esattamente la sua risposta privata a OpenAI. Tenere il riflettore puntato su OpenAI con una causa pluriennale, rallentarne la quotazione in borsa e seminare dubbi sulla sua governance è una strategia competitiva, non solo un atto di giustizia.

OpenAI risponde esattamente su questo: Musk attacca solo perché ha perso il controllo di qualcosa che ora vale mille miliardi.

Il paradosso: per fare la rivoluzione hai bisogno dei soldi di chi vuoi rovesciare

OpenAI è nata per impedire che l’AI finisse nelle mani di pochi grandi colossi. Per farlo ha dovuto chiedere miliardi a Microsoft, Amazon, SoftBank e altri mega-investitori.

È un po’ come fondare un gruppo per alcolisti anonimi e poi farsi sponsorizzare dalla birra. Il paradosso è evidente — ma anche, in parte, inevitabile. Costruire e mantenere i modelli AI più avanzati richiede investimenti che nessuna no-profit può sostenere autonomamente. I data center, i chip, i talenti: i costi sono nell’ordine dei trilioni.

Come ha ricordato Dario Amodei di Anthropic in una recente intervista, anche lui ha dovuto confrontarsi con la questione degli investimenti stellari necessari per competere — e non è una questione semplice per nessuno. La rivoluzione, oggi, la fa chi riesce a pagare la bolletta elettrica più grande della storia.

Cosa succederà: scenari possibili

La causa andrà avanti, ma il treno di OpenAI difficilmente tornerà indietro. Ecco i tre scenari più probabili:

OpenAI si quota in borsa comunque

La causa rallenta il processo, ma non lo blocca. OpenAI ha il brand più riconoscibile del settore — ChatGPT è diventato un verbo, come Google. Con numeri di utenti da capogiro e partnership con i principali player tech mondiali, la quotazione è questione di quando, non di se.

La concorrenza si fa sempre più serrata

OpenAI non è più la sola a dettare le regole. Anthropic con Claude sta crescendo in modo significativo nel segmento business — chi usa Claude tutto il giorno per lavoro difficilmente aprirà ChatGPT a casa. Il mondo cinese preme. Grok di xAI è in forte crescita.

Musk ottiene visibilità, non i 130 miliardi

È improbabile che la causa si concluda con OpenAI che torna a essere una no-profit. L’obiettivo reale di Musk sembra un altro: tenere il riflettore puntato, rallentare il percorso dell’avversario, alimentare il dubbio. Su questo, sta già vincendo.

Conclusione: perdono tutti, almeno in termini di credibilità

Leggendo le mail scambiate nel corso degli anni tra i protagonisti, quello che emerge non è una guerra tra principi e pragmatismo. È una guerra tra ego e interessi economici che si scontrano — con la tecnologia più potente della storia come posta in gioco.

Musk ha ragione quando denuncia l’ipocrisia di una no-profit che si trasforma in macchina da soldi. Ha torto — o almeno è in malafede — quando finge che la sua motivazione sia puramente etica, visto che ha un concorrente diretto da far crescere.

OpenAI ha costruito qualcosa di straordinario. Ha anche usato una struttura no-profit come trampolino verso il mercato, e questo è un problema che va ben oltre la causa in corso.

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Staff Monty

Questo post è stato scritto con l’ausilio dell’AI partendo da un video di Monty